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E non chiamatela biografia | Emiliano Petrone

E non chiamatela biografia

Nasco a Roma, il 17 Luglio del 1980. Sin da piccolo mostrai particolari attitudini alla scrittura, componendo piccole poesie e temi che, spesso, fecero il giro della scuola ricevendo i complimenti degli insegnanti. A sei anni compio i primi passi al computer grazie al regalo di mia zia: un Commodore64. Quasi tutti i giochi sono in inglese e a casa nessuno sa tradurmi nulla, nemmeno parole semplici come fire o jump. Così prendo in mano un vecchio dizionario di mio fratello, che aveva forse aperto un paio di volte ai tempi delle medie e inizio a tradurmi tutti i vocaboli necessari. Alle elementari, nel 1986, non si studiava ancora l’inglese durante l’orario standard, pertanto ero l’unico della mia classe a conoscere molte parole di quella lingua, tra i quali anche numeri e verbi. Terminate le medie optai, deludendo gran parte dei professori, per un percorso professionale come programmatore di plc (automazione industriale). A dire il vero, il fatto che volessi fare l’archeologo e con più precisione, l’egittologo, non era una scelta gradita ai miei genitori che mi spinsero verso qualcosa di più “semplice”: imparare rapidamente un mestiere. Evitai quindi di fargli sborsare soldi per anni e anni di studi e mi accontentai di questo breve percorso di due anni più uno di specializzazione, che mi forgiò, comunque, come programmatore di plc passandomi anche basi da elettricista-ascensorista e briciole di elettronica e oleodinamica. In somma, un po’ di tutto e un po’ di niente. A scuola però, incontrai dei professori fantastici e uno su tutti, Fabio, mi portò all’interno di un progetto per il Giubileo con l’incarico di inserire contenuti su di un sito web da lui stesso creato. Aveva intravisto in me alcune capacità nell’imparare rapidamente tutto ciò che mi fosse mostrato e anche un innato spicco creativo. Gli dissi del desiderio di scrivere un libro di fantascienza e lui mi regalò un volume di oltre mille pagine targato Isaac Asimov. Mi disse che quello avrebbe aperto la mente… e mai cosa fu più vera. Rimasi folgorato dai quattro romanzi che lessi in poche settimane e promisi a me stesso che un giorno o l’altro avrei scritto anche io un libro.

Terminati gli studi, a diciotto anni, trovai lavoro come tecnico informatico in una buona società che in quel momento era alla ricerca di ragazzi da dirottare su un progetto di un grosso cliente statale. Il lavoro era semplice: si trattava di consegnare e configurare i pc agli utenti. Fui però costretto a lasciare l’altro incarico, visto che al momento mi portava via solo poche ore la settimana, sempre di mattina e preferii qualcosa di più stabile e anche meglio retribuito . Mi adattai immediatamente al nuovo lavoro e imparai ogni giorno cose nuove diventando, nel giro di poco tempo, un tecnico di ottimo livello. Nel frattempo studiai tutto ciò che mi capitava a tiro e che fosse, soprattutto, inerente a ciò che svolgevo. In tutto questo restava comunque viva la voglia di scrivere e ricevendo messaggi continui da una parte oscura del cervello, iniziai ad appuntarmi le idee accorgendomi come fossero aumentate nel tempo. Prima o poi le scriverò, continuavo a ripetermi, facendo sì che il poi, però, vincesse sul prima.
La società, nel frattempo, vedendomi attivo e con un grande spirito d’iniziativa, cominciò a puntare su di me, utilizzandomi come startup su nuovi progetti (convita delle mie capacità organizzative e relazionali nei confronti dei clienti) e io non li delusi. Ogni cliente si fidelizzava e dopo aver avviato il servizio con successo, venivo puntualmente prelevato e girato su altri progetti.
Queste capacità mi aiutarono a crescere rapidamente e in sette anni passai da tecnico base (addetto alla classica risoluzione dei problemi), alla gestione di alcuni gruppi service desk onsite e infine al passaggio di livello come service manager.
Era arrivata quindi la mia grande occasione, finalmente potevo mettere in campo tutto il know-how accumulato e condividerlo con i colleghi più inesperti che, di volta in volta, sceglievo e inserivo sui progetti da me gestiti. Tutto filava per il verso giusto, mi sentivo pronto a crescere ancora, convinto di non dovermi porre limiti. Ripresi, quindi, anche a studiare, stavolta puntando a qualcosa di più gestionale e meno tecnico. Quattro anni intensi, ricchi di soddisfazione ma con la sorpresa dietro l’angolo. La crisi del settore iniziò a farsi sentire e la società cominciò a perdere clienti, persone e soprattuto stabilità. Fu un momento durissimo per tutti. Molti pensarono soltanto alla propria poltrona, altri restarono in balia della confusione e il vento della crisi soffiò talmente forte da spazzare via il 50% dei dipendenti, costringendoli alla cassa integrazione. Non c’era più spazio per i service manager e altre figure di contorno. I clienti della filiale romana furono presi in mano dalla sede di Milano e il messaggio che mi arrivò fu semplice, diretto e lo recepii immediatamente. Cercai in giro un nuovo lavoro ma non trovai granché, la crisi si era fatta sotto per gran parte delle società informatiche del paese, diventando il classico pesce grande che mangia pesce piccolo; anche se a dire il vero una volta noi eravamo un bel pesce grande. A quel punto mi rimboccai le maniche e per salvare il posto tornai a fare il tecnico rimettendo in discussione tredici anni di servizio. Decisi, però, che fosse giunta l’ora di riprendere in mano la mia passione per la scrittura e dare sfogo a tutte le idee lasciate nel cassetto. Iniziai così a studiare nuovamente per conto mio, virando su qualcosa che mi aveva sempre appassionato in modo particolare: la sceneggiatura. Nel giro di dieci mesi, trasformai su carta la prima storia. La leggevo, la rileggevo, ma mancava qualcosa: l’emozione. Non riuscivo a imprimere sentimento a ciò che componevo e questo anche a causa della tipologia di scrittura cui necessita una sceneggiatura: dettagliata solo nei particolari fondamentali e mirata alla pura e semplice azione. “Sono accovacciato sulla sabbia”, questo è ciò che serve a una scena; troppo breve per me. Pensai, in prima battuta, di aver buttato due anni di studi ma lentamente mi accorsi che, invece, tutto il tempo passato a leggere non aveva fatto altro che insegnarmi a creare il personaggio (detto mito, nel gergo cinematografico), costruire la storia, capire l’importanza dell’ambientazione e del tempo, plot, subplot e tutto il resto.
A quel punto non dovevo far altro che aggiustare la mira e andare verso la strada che poi mi portò a “Da qualche parte verso l’arcobaleno”.

“Il sole era in procinto di tramontare e il suo riflesso creava a una scia dorata sullo specchio d’acqua. Alcune boe colorate ondeggiavano delicatamente in mezzo al mare, mostrandone le varie profondità e una barca a vela si lasciava accarezzare dal vento, in una tiepida giornata romana di metà settembre.
Si avvicinò un piccolo Jack Russell senza guinzaglio e non seppi resistere alla tentazione di accarezzargli il musetto. Con quel pelo morbido e liscio, mi scodinzolava davanti agli occhi per guadagnarsi delle coccole e magari un po’ di gioco. Il suo burbero padrone che con una folta barba nera e sigaretta in bocca ansimava affogando i piedi nell’arena, lo richiamò all’ordine agitando il guinzaglio e pronunciando un dittongo che lo rese più simile a un gorilla che a un uomo. Il cagnolino ubbidì e lo raggiunse immediatamente.
Accovacciato sulla fresca sabbia, mi sbottonai la camicia continuando a guardare quella maledetta lettera che avevo sulle gambe. Peso, colore e consistenza erano di un banalissimo foglio di carta, ma per me era pungente come la lama di un coltello che mi aveva trafitto le spalle”

Forse qualcuno si starà chiedendo: “ma non dovevi scrivere una storia di fantascienza?”
Ebbene sì, ma la complessità nel creare certi personaggi, lo studio, nonché l’esperienza in scrittura da mettere in campo, era troppa. Un progetto importante che non volevo giocarmi al primo colpo e allora ho iniziato da una storia soft, ricca di sentimenti e qualche scena (spero) divertente, che devo ammettere essermi capitata davvero. Volevo lanciare un messaggio e allo stesso tempo convincermi di avere le carte in regola per provarci ma soprattutto per riuscirci. Il primo passo è stato fatto, adesso vediamo dove porterà questo nuovo sentiero.

Emiliano

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